Cesare è il simbolo del potere e della politica, Cesare è il nickname che utilizzo per le mie avventure fantasy e fantastiche.. Il blog dà spazio ai miei interessi.. seri e meno seri

Nome: Marco Valerio Moretti
Mi piacerebbe lavorare come giornalista, mi interesso di storia e società , sono appassionato di musica heavy metal e mi piace il fantasy (videogames, letture, giochi di ruolo, creazioni proprie)..
Al momento ho dedicato il blog al metallo.. stay heavy brothers!!
beppemetallo - hard 'n heavy
fantacalcio di sei pazzi
i pensieri del pirotta
il blog di humrojil
il blog di sunil, antro di metallo
il covo del pirata
il mitico polysblog
il saloon del rock di Diamond
la main di warcraft3 battlenet
truemetal, portale italiano di metal
una thrash metal band italiana
varie ed eventuali, dalla politica al calcio
il metallo ha colpito *loading* metallers
I Quattro Cavalieri iniziano la loro cavalcata verso il successo nel 1983, con il travolgente Kill’Em All, un potentissimo disco speed-thrash che ha impiegato poco a diventare un classico della violenza in musica. La perla contenuta nell’album è The Four Horsemen, la canzone scritta da Dave Mustaine (che era stato allontanato dalla band prima dell’esordio discografico), recuperata dallo stesso Mustaine con i Megadeth (The Mechanix), e rappresenta la visione apocalittica del giorno del giudizio, con i quattro cavalieri a scendere sulla terra per mietere vittime. Senza posa il prosieguo del disco: La devastante sequenza Motorbreath – Jump In The Fire – Whiplash (interrotta solo dal basso distorto di Anesthesia), basata su riff tiratissimi e dall’energia prorompente, rappresenta un grande esempio di speed metal anni ’80, su cui si innestano anche una certa carica punk e un retaggio di heavy classico inglese (Ulrich, il batterista e fondatore della band, è all’epoca un danese appassionato di metal inglese). La canzone simbolo dell’esordio dei Metallica rimane comunque la celeberrima Seek And Destroy, dove Hetfield tira fuori tutta la sua grinta dietro al microfono. Cavalcando l’onda dell’esplosione ormai avvenuta del thrash, i Metallica pubblicano il loro secondo lavoro, Ride The Lightning (1984), che io personalmente considero il loro migliore, dato che è completo, coinvolgente e rappresenta un passo in avanti rispetto all’esordio sia nello sviluppo dello stile che delle tematiche (tanto dei Metallica quanto del thrash metal). La violentissima opener Fight Fire With Fire rappresenta il lato estremo del thrash nonché l’ennesima visione “armageddon”, stavolta però ambientato in uno scenario quasi cyberpunk (“nuclear warfare shall lay us to rest”) e coronato da frasi di cattiveria memorabile (“The gods are laughing so take your last breath”); La sviluppata sensibilità del metal verso temi per così dire “sociali” viene confermata dai Metallica nella title-track, che si dipana attraverso un riff travolgente, mette in evidenza le qualità tecniche e di gusto metallico dei musicisti e in particolare del chitarrista Hammett e del compianto bassista Burton, ed affronta il problema della pena di morte; tematiche oscure e disperate, che mostrano già una tendenza all’introspezione, si ripropongono poi nella successiva For Whom The Bell Tolls, il cui nome è preso dal noto romanzo di Hemingway, una song tanto semplice quando coinvolgente e grintosa: poi è la volta della celebre Fade To Black, che conferma la precedente impostazione ed è musicalmente definibile quasi come una ballata “potenziata”. Ma il capolavoro non si esaurisce qui dato che si devo ancora scatenare le potenti Trapped Under Ice (forse dal punto di vista musicale “classic-metallico” la migliore del lotto), e Creeping Death, uno dei grandi classici dei Metallica old style (descritta così da Matteo Lavazza :“Uno dei capisaldi del movimento Thrash, con riff monumentali, break assassini e una melodia mai di facile ascolto ma azzeccatissima”, scritta da Kirk Hammett e suonata sulla stessa ritmica di un brano scritto dallo stesso Hammett negli Exodus, che ha però di certo avuto minor fortuna storica), nonché la strumentale Call Of Ktulu (Da uno spunto offerto dal racconto di Lovecraft), in cui c’è ancora lo zampino di Mustaine. Un tassello fondamentale nella storia del metal moderno, ascoltando il quale lo stesso Gavazza afferma di provare “nostalgia per quello che questa band ha rappresentato per il Metal e per quello che avrebbe potuto diventare se i quattro cavalieri non fossero impazziti completamente”. Tempo due anni ed esce Master Of Puppets (1986), considerato più o meno all’unanimità (dai fan “metal” della band), il capolavoro assoulto, la qual cosa certamente è, e la cui uscita coincide (nonché contribuisce decisamente a definire) con l’anno di punta e di maggior sviluppo della produzione di thrash metal “classico”, in cui vennero dati alle stampe anche Reign in Blood e Peace Sells But Who’s Buying. Tuttavia, secondo me, il vero salto di qualità, la vera esplosione, si era verificata per I Metallica con l’album precedente, mentre questo segue comunque quell’impostazione già impartita. Confermati ancora brani furiosi (Battery, travolgente e famosissima), brani impegnati (la title-track, che vent’anni dopo rappresenta ancora il brano di rock “pesante” in generale più conosciuto dal pubblico di tutto il mondo insime a Number Of The Beast dei Maiden, nonché messo su in pressoché ogni occasione di “discoteca rock”), brani più melodici (The Thing That Should Not Be), e monumentali (Orion), nonché la presenza di Mustaine (Leeper Messiah) e il pieno utilizzo della bravura di Hammett e Burton. Proprio quest’ultimo è il malcapitato protagonista della tragedia che stravolge i Metallica e la loro musica, ed infligge un duro colpo all’intero movimento thrash: Il bassista muore in un incidente stradale. I Metallica cercano di riparare alla perdita, dal punto di vista musicale, ingaggiando Newsted, poi pubblicano un album di cover nel 1987 (Garage Day-Revisited, in cui viene tra le altre rispolverata la cult band NWOBHM degli Holocaust) e il disco “di transizione”, And Justice For All, da cui ricavano il loro primo video (One, che raffigura ancora una catastrofe nucleare), e in cui c’è da segnalare l’ossessivo riff della lunghissima title-track. Già qui, come fa notare Signorelli, “le nuove composizioni risultano perdere attrattiva in termini di impatto e di potenza”, perlomeno in sede live. Ma il nuovo corso dei Metallica inizia nel 1990 con il disco omonimo, il cosiddetto Black Album. Già il fatto di non dare il titolo all’album può sembrare come un tentativo di volerlo indicare come “anno zero” della band, e le cose stanno così sotto più di un punto di vista. L’album si apre in maniera certamente orecchiabile e piacevole con Enter Sandman e Sad But True (da cui vengono estratti due fortunati videoclip), ma già si sente la potenza e la violenza distruttrice del thrash non fanno più parte del repertorio dei Metallica. Interessante sicuramente l’impostazione delle tematiche e dele liriche, concentrate sul nichilismo e sulla disperazione interiore, sul disgregarsi e il nascondersi della propria identità. Il punto migliore di questo tipo d’impostazione è sicuramente il testo molto interessante e molto bello della ballata Unforgiven, una canzone colma di tristezza capace di emozionare e penetrare nel profondo. Anceh l’altra ballata contenuta nel disco, Nothing Else Matters, è triste, ma non dal punto di vista dei sentimenti bensì nel suo stesso essere presentata al pubblico (chi mi vuol capire mi ha capito). Da qui partono i “favolosi” anni ’90 dei Metallica, caratterizzati da un continuo gonfiarsi delle vendite pur senza far uscire molti nuovi album, dall’allargarsi del loro pubblico, da proclami che rinnegano spudoratamente il metal e da loro pronte smentite (secondo la già citata politica del colpo al cerchio e dell’altro alla botte), da mezzucci architettati per far qualche soldo in più, da pubblicazioni discografiche penose. Load (1996) è definito da Signorelli “rock mediocre ed innocuo”, sui settantacinque minuti, giusto quel minuto in più per impedire che il disco venga masterizzato (ma non c’è da farsene un problema, sta bene lì dov’è) su Reload (1997) preferisco non esprimermi, poi c’è S&M del 1999 che distrugge alcune tra le composizioni dei Metallica del periodo d’oro facendole accompagnare da un’orchestra sinfonica secondo un gusto a mio parere pessimo (altri lavori di metal sinfonico o “sinfonizzato” sono decisamente riusciti, ma Master Of Puppets suonata coi violini lascia quantomeno perplessi), ed infine, ed approdiamo qui al nuovo millennio, St.Anger (2003), che se non altro non è pessimo, si adatta al trend del momento, il nu metal (e nella title-track il ritornello fa “He never gets respect”, che sa molto di testo hip hop gangsta più che thrash metal, al quale i Metallica, accompagnati dalle grasse risate della maggior parte dei metallari, avevano annunciato un ritorno). Infine, mi rimane da segnalare come Napster, uno dei più grandi (ex)server di file sharing sia stato denunciato dai Metallica, che temevano che qualcuno potesse scaricare le loro canzoni anziché comprare i loro cofanetti e le loro ristampe originali. Me lo sarei aspettato più da Madonna o da Christina Aguilera, ma l’hanno fatto Ulrich e Hetfield. Ascolti consigliati: Ride The Lightning (1984); Master Of Puppets (1986)
I Metallica sono una delle band più amate-odiate, o perlomeno disprezzate, al mondo, nonché probabilmente la band heavy metal più conosciuta al grande pubblico, fosse anche solo di nome, travalicando così i confini della platea appassionata di metal. Questo è dovuto al fatto che essi si trovarono sempre a fare la musica giusta al momento giusto, e anche quando così non è stato, i nostri hanno modificato la loro proposta musicale adattandola a ciò che chiedeva un pubblico sempre più largo e che perdeva man mano ogni definizione e contorno. Non si sono mai fatti problemi di coerenza e né hanno mai pensato a salvare la faccia mentre cercavano di arrampicarsi sugli specchi parlando della loro “evoluzione” stilistica, ma solo ad allargare sempre il più possibile il loro bacino d’utenza e a dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte, cosicchè a tutt’oggi essi vengono di volta in volta indicati come i più grandi innovatori della scena metal anni ’80, il primo e più importante dei gruppi thrash, oppure come i più noti traditori del metallo o come il gruppo che più volte è andato contro lo spirito stesso dell’heavy scendendo più volte al compromesso. Il fatto è che, probabilmente, i Metallica sono tutto questo, e come molti dei gruppi che godono di fama mondiale, possono risultare simpatici o antipatici ma difficilmente indifferenti ed a me, personalmente, stanno antipatici.
Intorno alla metà degli anni ’80, anno più anno meno, un terremoto sconvolge il mondo dell’heavy metal e il modo di approcciarsi a questo suono, sia dal punto di vista stilistico- musicale, sia da parte del pubblico. Il terremoto si chiama thrash metal, nasce in America, proviene dalle sonorità più speed e più grezze dell’heavy metal dei primi ’80 (Raven, Accept, Venom, oltre agli immancabili Priest), ma anche dal punk più aggressivo, ha il suo anno zero nel 1983, e inizia ad avere contorni meglio definibili nel 1986, quando escono i lavori-chiave di tutte le grandi band iniziatrici di questo stile. Qualcosa di così veloce, sporco nell’approccio e massicciamente violento non si era mai sentito prima. Il thrash può comunque certamente essere suonato in vari modi, e questo lo si vedeva già dall’inizio, guardando le differenze stilistiche tra le quattro band principali che lo hanno originato: C’è il thrash metal per così dire standard (Metallica), quello maggiormente ancorato a stilemi classici (Anthrax), quello che mette da parte tecnica chitarristica e buon gusto per essere sempre più feroce e sanguinario (Slayer), quello che al contrario è più tecnico, ingegnato in maniera più ricercata, toccando elevati livelli di songwriting (Megadeth). Dall’estremizzazione delle sonorità thrash nasce innanzitutto il death con tutte le sue ramificazioni; dagli sviluppi, dalle modernizzazioni e dalle pesanti contaminazioni con altri generi si procederà poi con il post-thrash, fino al crossover e al nu metal; sempre dalla rottura thrash, nonché dagli esperimenti ottantiani di band come Mercyful Fate, Venom e Celtic Frost, prende avvio la scena metal estrema.
Dall’altra parte dell’oceano (rispetto ai thrasher originari), durante la seconda metà degli anni ottanta, c’è chi, al contrario, si preoccupa di recuperare e “modernizzare” l’impostazione stilistica dell’heavy metal classico (nonché le sue tematiche, anch’esse stravolte dal ciclone thrash), con iniezioni, di volta in volta, di melodia, potenza e suoni “moderni”. E’ l’esplosione power metal, simboleggiata dagli Helloween, a cui molte band classiche, che rivedono il sound in chiave moderna, non sono affatto estranee (ad esempio i Savatage, i Rage e ancora i Priest, che accidenti, e me ne sto accorgendo ancora di più ora che sto scrivendo questi articoli, sono ovunque, allungano la loro influenza sui più svariati angoli dell’heavy metal, come nessun’altra band). Dal power prendono le mosse diverse varianti iper-melodiche, sinfoniche, neoclassic e neo-epic. Nel frattempo (sempre a cavallo tra ’80 e’90), si sviluppa anche la famiglia del metallo “gotico”, imparentato col dark, o perlomeno con le sue atmosfere cupe e depresse; influenze progressive fanno il loro ingresso sulla scena metal; anche il glam e lo street si modernizzano, peraltro uscendo spesso dall’orbita dell’heavy metal. In generale i generi più svariati contaminano il metal: dalla progressive al dark, dall’elettronica al folk, al rap. Tutte queste ramificazioni e contaminazioni si intrecciano e si sovrappongono più volte, dando vita a generi, sottogeneri, nicchie, similgeneri e gusci vuoti, a proposte musicali nuove, seminuove, riciclate e clonate, mentre la stampa di settore e le case discografiche appiccicano in continuazione cartellini ed etichette, a volte rincorrendo l’evoluzione musicale, a volte trainandola (visto che apporre un’etichetta nuova di zecca su una band che musicalmente di nuovo non ha niente, dal punto di vista commerciale ha il suo perché). Semplicemente il metal moderno è qualcosa di troppo vario e complesso per poter essere rinchiuso all’interno di etichette e definizioni, se non a fini esclusivamente classificatori, per dare cioè un’idea di quello di cui si sta parlando, e facendo comunque ricorso ad ampie generalizzazioni.
Il più leggero tra i generi heavy metal è probabilmente il Glam, un filone di matrice (quasi) tutta americana che si distingue soprattutto per la variopinta ed “eccessiva” immagine che contraddistingue i musicisti che l’hanno suonato e il pubblico che l’ha seguito. Si tratta di un rock talmente “leggero” (relativamente alla famiglia dell’hard), melodico e spesso radio-oriented che a stento rientra nella categoria “metal”. Se questo spesso avviene, è grazie alla musica dei Motley Crue, che hanno espresso (e hanno imposto nell’ambito) uno stile particolare, e soprattutto grazie al loro imponente Shout At The Devil (1983), l’album che ha proposto “metallizzato” il glam, caratterizzato, come gli altri dischi dei Crue nel loro periodo migliore, dal potente ed incalzante drumming di Tommy Lee.
Sesso, droga e rock'n'roll. Per spiegare cosa erano i Motley Crue si può usare il più classico degli stereotipi dell’hard rock. Americani fino al midollo, con tutto ciò che questo comporta, i Crue sono stati senz'altro uno dei simboli degli anni ‘80. La ciurma variopinta esordisce nel 1981, quando, a parte il chitarrista Mick Mars leggermente più avanti negli anni, l'età media supera a stento i 20, con il grezzo Too Fast For Love: da segnalare la veloce Live Wire, Take Me To The Top (da ascoltare anche la cover dei Babylon AD), la title-track e infine la ballad On With The Show, che in un certo senso anticipa quello che di lì a qualche anno sarebbe stato scritto dai Queen.
L'esplosione avviene due anni dopo, col grandissimo Shout At The Devil, il più metallico tra i dischi dei Crue: riff assassini come Looks That Kill e Knock'em dead kids, o canzoni più arena-oriented come la grande Too Young To Fall In Love, la title track, senza dimenticare Ten Seconds to love e la cover di Helter Skelter dei Beatles, fanno di questo lavoro uno dei simboli del metal americano anni 80.
Nel 1985 è la volta del discreto Theatre Of Pain, di cui ricordiamo la celeberrima ballad Home Sweet Home, inserita da VH1 nella sua "Greatest power ballads of all time"; nel 1987 è la volta di Girls Girls Girls, altro gran disco di cui molti ricorderanno il video della title track, parzialmente ripreso dai connazionali Manowar nel loro Return Of The Warlord, ed in cui spiccano Wild Side e All In The Name of Rock n' Roll, vera dichiarazione d'intenti (e d'amore, per così dire) dei quattro. Parallelamente alla loro carriera musicale, i Crue fanno parlare di se anche per altri motivi, come per esempio a causa del triste episodio relativo alla morte del batterista dei "cugini" Hanoi Rocks, Razzle, in un incidente stradale provocato da Vince Neil, per il quale lo stesso Neil scontò diversi giorni di carcere, o l'overdose del bassista Nikki Sixx, miracolosamente salvato da un medico con una iniezione di adrenalina quando l'ospedale lo aveva già dichiarato morto. Questa storia ha ispirato Kickstart My Heart, la mia canzone preferita in assoluto della Ciurma Variopinta, che appare sull'ultimo grande disco dei californiani, Dr. Feelgood (1989). Negli anni '
Ascolti consigliati:
Shout At The Devil (1983)
I Savatage sono una band dalla storia (e dalla line-up) tormentata, che rappresenta a tutt’oggi una delle realtà “di culto” dell’heavy metal americano, ma che in fondo non ha mai goduto della fama e della considerazione che forse avrebbe meritato. Questo potrebbe essere accaduto per vari motivi. Forse perché lo stile dei Savatage non è ben precisamente definibile, accostandosi a volte al metal più classicamente priestiano, a volte al filone epic conterraneo e contemporaneo (specialmente nei primi dischi anni ottanta, le affinità sono innegabili), ed a volte contiene anche esperimenti più ricercati. Sono stati definiti anche un gruppo “power”, nell’accezione moderna del termine, e persino “prog”, ma quest’ultima definizione assolutamente non ci sta (a mio parere), nonostante alcune ricerche sonore e l’eclettismo proprio dei musicisti, in particolare del fenomenale (e compianto) Criss Oliva. Forse perché la band in questione non ha mai strizzato l’occhio al mercato, ed anzi quando l’ha fatto è andata incontro a clamorosi fallimenti e cadute di stile (che hanno un nome, Fight For The Rock, un disco che tra l’altro orribilmente parafrasa il manowariano Fighting The World, un disco contemporaneo realizzato con un intento simile). Forse perché il momento migliore della produzione dei Savatage è stata parallela all’esplosione del thrash, che ha attirato su di sé l’attenzione del pubblico a stelle e strisce. Non è dato saperlo, ciò che è certo è che i floridiani Savatage hanno offerto al pubblico metal dei pezzi memorabili che non sempre sono stati considerati a dovere.
L’attività del gruppo inizia nel 1983 con Sirens, un gran bel disco che contiene in fase embrionica le varie sfaccettature dello stile Savatage: Si comincia con la cadenzata ed epicheggiante title-track, in cui è impossibile non notare rimandi ai Manowar di Battle Hymns e Into Glory Ride, si prosegue con le sfuriate I Believe e Rage, pezzi che fanno pensare ad un orientamento (ed a una possibile prosecuzione della carriera) speed-thrash da parte dei Savatage, nonché ad influenze punkeggianti, ed infine si chiude con la ballata Out In The Streets (e le ballate rappresenteranno un pezzo “forte”, o comunque quantitativamente significativo, nella discografia dei floridiani). Il successivo Power Of The Night (1985) prosegue il discorso iniziato all’esordio, ma specificando ancora di più l’equilibrio tra i vari orientamenti stilistici. Come ci spiega Leatherknight, infatti, “sonorità dure e energiche coesistono armonicamente con passaggi più melodici e riflessivi in quel particolare modo che è diventato il marchio di fabbrica di tutta la discografia degli eroi della Florida”. Il 1986 è l’anno del già citato disastro simil-glam di Fight For The Rock.
Ma critica e pubblica subito salutano il ritorno (o forse l’avvento) dei Savatage nell’olimpo del metallo pesante grazie all’uscita del grandioso Hall Of The Mountain King (1987), il loro disco da me preferito, un mastodontico capolavoro dell’heavy americano. La voce graffiante e incisiva del Re Della Montagna Jon Oliva (fratello di Criss) si abbatte subito sull’ascoltatore insieme alla nervosa e possente ritmica di 24 Hours Ago (che è anche un classico live della band), poi si lascia spazio alla sonorità epica con Beyond The Doors Of The Dark, alla potenza dell’heavy con Legions ed a un suono più orecchiabile, in grado di catturare al volo l’ascoltatore, con Strange Winds. Prelude Of Madness è un pezzo strumentale (altra tipologia che diventerà quasi un must per i floridiani) che prepara l’arrivo di quella tempesta sonora che è la title-track: Un riff roccioso e devastante, un malcapitato in fuga dalle segrete di un oscuro castello di roccia custodito da un temibile re, lo screaming di Jon Oliva che si ispira a quello di Mr. Adams (non solo qui ma in ogni meandro dell’album), il superbo gusto del fratello Cris nel disegnare melodie avvolgenti e stacchi che recano il presagio della distruzione. In questa sassata di metallo epico si trova secondo me il picco compositivo della produzione dei Savatage (c’è invece chi apprezza maggiormente il loro lato più tecnico-ricercato). L’album non è ancora finito, oltretutto: emozionante è la successiva The Price You Pay, in cui la grinta della voce cresce da un sussurro, ed in cui la melodie sono innestate su una ritmica potente e coinvolgente. Poi c’è la bomba speed - power di White Witch, e la terrificante visione apocalittica di Devastation (You’re a fool, you should have listened to what Christ had to say).
La spinta propulsive che I Savatage danno al power moderno prosegue con il successivo Gutter Ballet (1989), in cui i floridiano però puntano di più (rispetto a quanto fatto su Hall Of The Mountain King) sul melodico. Dopo la nervosa ritmica dell’opener Of Rage And War (che bissa in qualche modo l’apertura del precedente album, con un risultato però secondo me meno soddisfacente), è la volta della title-track. Un’atmosfera sognante pervade questo pezzo, grazie alla parte pianistica che accompagna la strofa e alle splendide melodie (tra cui quella del riff che stacca il refrain dalla strofa successiva, che ricorda la cavalcata maideniana sull’assolo di Halloweed Be Thy Name). Prussi descrive così la canzone: “splendido mid-tempo, intenso e travolgente, pervaso da un’atmosfera malinconica... Gutter Ballet è un brano leggendario e rappresenta il punto di svolta verso sonorità sinfoniche che in futuro i Savatage introdurranno in maniera più marcata”. Sonorità per le quali però i tempi non sono ancora maturi: stiamo ancora parlando di pesante metallo a stelle e strisce, e a conferma di ciò sulle nostre orecchie si abbatte la tripletta She’s In Love – Hounds – The Unholy (è da qui che il power moderno attinge più che da qualsiasi altro momento dell’album), accompagnate da riff devastanti e da screaming furioso, prima della ballata Summer Rain e della chiusura epica e fomentante di Thorazine Shuffle.
L’esperimento per eccellenza della band arriva nel 1991, con Streets, un concept album in cui i Savatage mettono da parte il suono diretto e possente dell’heavy americano per intraprendere ricerche nel sinfonico, nel progressivo (a detta di alcuni), nel concettuale, nella teatralità narrativa. L’ennesima grandiosa prova a livello tecnico e di gusto di Cris Oliva sostiene questo album (per la trama dettagliata del quale vi rimando qui), da molti considerato il lavoro migliore dei floridiani (non da me). In realtà, ho sempre trovato più coinvolgente ed appassionante la pubblicazione seguente. I dischi successivi sono caratterizzati da stravolgimenti di line-up, un po’ voluti (Jon Oliva si sposta alla tastiera e alla voce esordisce il comunque ottimo Stevens), un po’ forzati (data la tragica morte del grande Cris Oliva in un incidente stradale).
Il primo cambiamento avviene in occasione di Edge Of Thorns (1993), un disco che potrebbe anche dirsi di power melodico, dove l’opening è affidato all’emozionante title-track, e che prosegue con una mazzata come He Carves His Stones. Poi ci sono Lights Out (il pezzo che preferisco in questo disco), Degrees Of Sanity e Conversation Piece che rappresentano altrettanti tributi stilistici, rispettivamente, a Manowar, Maiden e Metallica, la ballata All That I Bleed e l’epicheggiante Damien. Poi arriva il tragico momento del secondo dei cambi di formazione sopra citati, e bisogna dire che senza il loro grande chitarrista i Savatage non riusciranno più ad esprimersi ad alti livelli, pur mantenendo un’apprezzabile coerenza stilistica, da Handful Of Rain (1994), passando per Dead Winter Dead (1995, si tratta di un concept sulla guerra) ed altri due studio album, più best e live album, fino a Poets And Madmen (2001).
Ascolti consigliati:
Hall Of The Mountain King (1987)
Ladies and gentlemen, from the
Il primo lavoro è datato 1982, e si tratta del fantastico Battle Hymns. La prima parte dell’album è all’insegna di un heavy metal grezzo e “old style”, più inglese che americano. Vincenzo Ferrara ci fa notare che “la voce di Adams, già da queste prime battute, è caratterizzata dall'aggressività, l'estensione e la potenza vocale che sarà presente in ogni album della band e che ne ha fatto uno dei più grandi heavy metal singer di tutti i tempi”, ed in effetti già a partire dalle furiose Death Tone (coverizzata in maniera spettacolarmente potente dagli Overkill) e Metal Daze lo screaming di Mr.Adams è travolgente. C’è già spazio, in quest’ultima canzone, per i primi tra gli innumerevoli e celebri motti del “True Metal”, il metallo roccioso ed incontaminato di cui i Kings da sempre sono alfieri (quando non se ne proclamano gli unici ed indiscussi rappresentanti). Il discorso continua con la secca doppietta heavy Shell Shock - Fast Taker, prima di arrivare a Manowar, con il suo riff potente e trascinante che aprirà tutti i concerti dei Kings, e che si chiude ad effetto con l’inno americano ed il nome della band urlato ed osannato scandendo le sillabe. Ma soprattutto, questo disco è una perla per le due meravigliose epic songs che lo chiudono. La prima è l’oscura e dannata Dark Avenger, che si apre con un riff di basso sabbathiano che crea la cupa atmosfera su cui poi si inserisce la voce di Orson Welles (amico dei Manowar), che narra la storia del guerriero che torna dagli inferi per vendicarsi, prima che esplodano le urla di Adams ed il riff assassino che caratterizzano l’ultima parte della canzone. Questa gemma di epicità ed oscurità dovrebbero ascoltarla tutti quelli che nelle proprie intenzioni musicali hanno il primo o il secondo obiettivo stilistico (o entrambi), ed in effetti da questo punto di vista ha rappresentato una pietra miliare. Come lo è Battle Hymn, la prima e la più famosa delle grandi cavalcate epiche dei Manowar (e del metal), che disegna una struttura modello per questo tipo di canzoni e coinvolge e fomenta dal primo all’ultimo secondo, nel suo trascinare i soldati alla battaglia inneggiando ad essa. Con queste due tracce i Manowar gettano le basi per il loro stile “epic”, che peraltro, come detto, rappresenta un vero e proprio filone heavy made in USA nella prima metà degli anni ’80.
Il discorso epico viene stilisticamente portato a compimento, nel 1983, con il superbo Into Glory Ride, che rappresenta l’epic americano più oscuro e maligno, complice l’uso di suoni cupi e devastanti, e l’incedere lento ma incalzante dei brani. Un’atmosfera fantastica e sognante viene creata dall’incredibile Secret Of Steel (in cui lo scettro di ferro, lo scudo d’oro e la spada d’acciao dovrebbero rappresentare le medievali virtù del guerriero, motivo-simbolo della produzione manowariana), poi è la volta dell’autocelebrativa Gloves Of Metal. Di un’epicità inarrivabile (ed ineguagliata) è Gates Of Valhalla, pietra miliare per le epic-songs di ispirazione vichinga; l’atmosfera si fa più buia nella malvagia Hatred ed anche nella terribile Revelation, una delle prime, e delle più emozionanti, canzoni sull’apocalisse (un tema così caro a tutta la produzione metal nei suoi generi più disparati). Il disco “epico” per eccellenza si chiude con la terrificante cavalcata di March For Revenge, in cui i protagonisti sono ancora le urla di Adams, i riff devastanti, i guerrieri indomiti e i morti che sorgono dalle proprie tombe.
Continua senza posa il momento d’oro della produzione epica manowariana, e nel 1984 esce Hail To England. La maestosità e la sontuosità dei Kings hanno sempre gli stessi ingredienti, a cui però se ne aggiungono altri, come un più massiccio uso di suoni di tastiera (campane, organo) e di cori epici, e l’innesto di massacranti e veloci riff di heavy metal classico dalla potenza devastante. Vincenzo Ferrara ci racconta che “Quando per la prima volta vidi "Hail To England" pensai che un disco che poteva vantare in copertina un guerriero sterminatore non poteva che essere un capolavoro indipendentemente da tutto e, mai, mia previsione fu più giusta”. E mai affermazione fu più giusta. Ancora gloria vichinga nell’epica Blood Of My Enemies, malvagia oscurità in Each Dawn Of Die (canzone culto per il black metal, da ascoltare la cover dei Necromantia), trascinante fomento in Kill With Power (“Give the false ones death”, per la serie motti “true”), inneggiante epicità nella title-track, celebrazione dei fans in Army Of Immortals, e poi la perla oscura, evocativa, superba, epica, chiamata Bridge Of Death. Una delle più grandi canzoni heavy metal di sempre, “apocalittica suite” secondo Ferrara, in cui i Manowar ci accompagnano in un viaggio all’inferno. Si comincia con un arpeggio incredibilmente evocativo che crea un’atmosfera nebbiosa, poi la voce di Adams, che sembra venire dall’oltretomba, viaggia sulle note di un riff cavalcante che si spegne in uno stacco infernale in cui la voce del dannato è un growl ante litteram. Il suono di oscure campane scandisce l’epico bridge in cui il dannato riconosce Satana, poi c’è il feroce ritorno del riff e la chiusura tra suoni distorti, maligne risate e infernali campane. De Maio ha paragonato la sua ispirazione, a proposito di questa canzone, a quella di Dante quando scrisse l’Inferno. E’ un errore pensare di discutere queste affermazioni dei Kings (tipicamente loro proprie). Ciò che c’è di fomentante qui è la tracotante superbia di Mr. De Maio, ciò che c’è di vero è il fatto che sicuramente il buon Joey era ispiratissimo, e gli rendiamo grazie (da notare è anche il riconoscimento di uno storico maestro dell’epicità e dell’oscurità, Dante. Citato spesso dai Manowar anche Wagner nonchè, implicitamente in Bridge Of Death, Goethe).
Le porte della leggenda non accennano a richiudersi, per i Manowar, dato che nello stesso anno di Hail To England esce Sign Of The Hammer. La mitica Thor, la sognante Mountain, il fomentante inno costituito dalla title-track (ancora un’autocelebrazione, nella quale i Manowar, chiamati da Dio a questa missione con il segno di un martello infuocato nel cielo, prendono il potere sul popolo e lo guidano al trionfo) e l’intensa e incredibilmente evocativa Guyana arricchiscono ancora la produzione dei Kings. Cambio di rotta, e di stile, dopo tre anni.
Fighting The World (1987) è il disco anni ’80 dei Kings che meno mi piace, vuoi perché strizza l’occhio ad un genere che non è il loro, cioè il glam, vuoi perché utilizza suoni meno potenti, vuoi perché relega l’effettiva emozione epica alla sola Defender (che infatti è stata realizzata nel 1983, ancora con l’intensa partecipazione narrativa di Welles), che rimane comunque un inno e ha dato il nome a tutti coloro che appunto “difendono” il metallo nella sua accezione più ristretta, classica, incontaminata e cristallina: Insomma quello che i Kings chiamano il “True Metal”. Da citare però un altro motto contenuto nella title-track, cioè “Manowar’s made of steel, not clay”.
Il 1988 è l’anno di Kings Of Metal (il nome dice tutto), l’anno dell’inizio della produzione “moderna” dei Manowar, ritorna in primo piano l’attitudine epica, unita ad un suono classicamente heavy, potente e melodico, chiaramente sviluppato in chiave moderna, di spinta all’esplosione del power che sta per verificarsi. I Manowar, con tutti i loro stereotipi e la loro immagine, diventano famosi (specialmente in Europa) con questo disco. C’è tutto: una fulminante bomba come l’opener Wheels Of Fire, la classica autocelebrazione manowariana (spinta all’estremo) nella title-track, la power ballad (una delle migliori mai scitte) Heart Of Steel. Poi, ancora, il maestoso canto epico di The Crown And The Ring, che Ferrara ci dice essere un “brano registrato nella cattedrale di San Paul a Birminghan con il supporto della Royal Philarmonic Orchestra e dove è la sola voce di Adams a dettar legge accompagnando la pomposa costruzione strumentale scandita da cori gregoriani e maestosi”; la controversa ma trascinante Pleasure Slave; il potente, devastante, epico fomento di Hail and Kill; in conclusione, l’anthemica Blood Of The Kings.
Un capolavoro storico per l’heavy metal, che sarà seguito nel 1992 da The Triumph Of Steel, in cui i Kings tentano un suono più particolare e ricercato, e a tratti più cupo. Ricerche che si condensano nei 28 minuti di Achilles, Agony and Ecstasy, ma anche in The Power Of Thy Sword (la traccia più epica di questo album) e nella fantastica ballata orchestrata Master Of The Wind. E’ qui che è contenuta Metal Warriors, un leggendario inno dell’heavy metal, grazie al suo riff trascinante ed ai motti che il suo testo contiene (“heavy metal or no metal at all”, “if you are not into metal, you are not my friend”, “brothers of true metal proud and standing tall”, e altri ancora), nonché un brano che il mio stereo ha letto forse migliaia di volte (come altri dei Kings, d’altronde).
Devono passare altri quattro anni per una successiva uscita: E’ la volta di Louder Than Hell (1996), un disco di heavy metal potente ma orecchiabile, in cui tutti i brani presentano la medesima struttura compositiva e in cui i Kings si lasciano andare all’autoglorificazione più pacchiana (da citare a questo proposito The Gods Made Heavy Metal, in cui Dio crea prima il tuono, il fulmine e il vento, poi il metallo, e lo consegna ai Manowar) ma comunque divertente, se non presa eccessivamente sul serio. L’ultimo capitolo vero e proprio della produzione dei Manowar è datoto 2002, e si chiama Warriors Of The World. Si recupera l’inno epico (Call To Arms e, fantastica, la rivisitazione del Nessun Dorma di Puccini), e poi si dà spazio a riff di devastante violenza (Hand Of Doom, House Of Death), con la title-track, un mid-tempo anthemico, che segna il passaggio tra le due impostazioni. Dal
I Manowar sono i Re del Metallo, ed i loro show sono assolutamente spettacolari e teatrali, e rappresentano un loro marchio di fabbrica unico (I Kings detengono a tutt’oggi il guinness dei primati per il volume più “loud” sul palco, ed ho avuto modo di rendermene conto di persona). Sono pubblicazioni assolutamente grandiose i loro album live, Hell On Wheels (1998) e Hell On Stage (1999), e la serie di DVD con video di esibizioni live (nonché interviste e altri extra) Hell On Earth, che va dall’I al IV (particolarmente degni di nota i primi due capitoli e il Live Blood In Brazil, registrato a San Paolo in Brasile nel 1998, la cui pubblicazione è datata 2002).
Mi scuso per la lunghezza dell’articolo, ma di meno, sui Manowar, non potevo riuscire a scrivere. Concludo come di dovere, inneggiando ai Kings e al metallo:
Hail And Kill, Fuck The World
Hail To True Metal, Hail To The Kings
Hail To Manowar
Ascolti consigliati:
Battle Hymns (1982); Into Glory Ride (1983); Hail To
E’ ora di volgere lo sguardo dal vecchio al nuovo continente. Prima dell’esplosione della rivoluzione thrash, che parte proprio dall’America, negli Stati Uniti è già presente (oltre all’hard rock melodico e “filo-commerciale” tipicamente americano) l’heavy metal classico venutosi a creare a partire dall’influenza della nwobhm, che ha sviluppato un proprio stile, generalmente più ridondante e “barocco”, o più potente o più oscuro, in ogni caso più “esagerato” rispetto a quello europeo (come quasi sempre accade di notare confrontando le cose di marchio americano con quelle di marchio europeo, comunque ripeto che si tratta pur sempre di una generalizzazione, tendente al massimo a dare un’idea), e comunque differente da quest’ultimo. Esso si articola in tre filoni principali, i nomi dei quali sono stati utilizzati poi per definire altri generi heavy moderni, ed essi non vanno confusi con questi ultimi.
- Il “Power” americano: L’heavy metal più classico, ma di impronta americana. Le band principali sono Savatage, Metal Church, Armored Saint, Vicious Rumors.
- L’”Epic” americano: Heavy metal classico caratterizzato da toni epici e magniloquenti, a volte oscuri. Le band principali sono Manowar, Virgin Steele, Warlord, Cirith Ungol.
(A metà strada tra questi due filoni, nell'ambito dell'heavy made in USA e con le proprie particolarità ci sono altri gruppi, come Queensryche e Fates Warning)
- Hard/Street/Glam americano : Calderone piuttosto indefinito e generico dal punto di vista musicale (generica tendenza all’hard rock melodico, influenze pesanti dei Kiss), meglio caratterizzato dal punto di vista dell’immagine (volutamente “esagerata” e “colorata”). Possiamo farci rientrare dai Twisted Sister ai Quiet Riot, ai Poison, ai Motley Crue che ne hanno reso un po’ più heavy le sonorità.
HMT sbarca negli States e guarderà un po’ più da vicino queste manifestazioni dell’heavy metal, tipicamente americane, prima di procedere con la rivoluzione thrash. God Bless America!
L’ heavy metal alla fine degli anni ’70 sbarca anche sul continente europeo, e particolarmente in terra teutonica, dalla quale provengono gli Accept. La band in questione, capitanata dal mitico “nanetto” Udo Dirkschneider e in cui Wolf Hoffman suona la chitarra, è famosa soprattutto perché è considerata la band antesignana di tutto ciò che sarà il power-speed tedesco moderno e lo stile dell’heavy metal europeo in genere. In effetti, a conferma di questa tesi, basti ascoltare quanto hanno ripreso da loro gli indiscussi capostipiti del movimento power moderno, gli Helloween, per quanto riguarda l’impostazione musicale, lo stile vocale e il gusto melodico, tanto riguardo alle speed-songs quanto alle ballate. Persino i titoli delle canzoni delle zucche sono ripresi a volte dagli Accept (vedi Save Us e Starlight), e si possono far notare anche tante altre piccole cose, ad esempio l’inizio di Fast As A Shark (opener di Restless And Wild), in cui Udo ascolta canzoncine alla radio prima di cambiare frequenza e, urlando come un ossesso, sintonizzarla sull’esplosivo attacco della song, che è stato ripreso dagli Helloween per aprire il loro primo mini. Che lo stile delle canzoni power-speed (ante litteram) degli Accept abbia avuto seguito e importanza è fuor di dubbio, ma la band teutonica non è solo questo: Ci troviamo di fronte a uno storico gruppo di classico heavy metal anni ‘80, che peraltro suona questo genere in maniera decisamente completa. E’ stato definito a tratti somigliante agli Ac/Dc, a tratti ai Priest (e la stessa voce di Udo, graffiante, acuta e grintosa, può essere accomunata a volte a quella di Scott ed altre a quella di Halford), a tratti ai Maiden. Si riconoscono a volte le influenze dell’hard rock inglese settantiano, a volte quelle della prima nwobhm, a volte persino impronte di rock melodico per così dire “kissiano” (per quanto la musica degli Accept con i Kiss non c’entri). La loro produzione musicale svaria dalla speed-song al pezzo hard rock ‘n roll, dall’heavy epicheggiante alla “ballatona” (e queste ultime sono due tipologie di canzone che avranno parecchio sucecsso nel power continentale). In tutto questo, e specialmente nelle canzoni più rocciosamente heavy e in quelle speed, emerge lo stile inconfondibile e personale degli Accept, band che assieme agli Scorpions ha definito i contorni dello stile dell’hard ‘n heavy continentale in genere.
La band di Udo esordisce nel 1979 con l’album omonimo, un lavoro non ancora maturo che contine dell’arrembante hard rock dalle venature heavy. Sulla stessa scia il secondo lavoro, I’m A Rebel (1980), nel quale tuttavia, secondo Riccardo Mezzera: “il quintetto teutonico velocemente si stava discostando dagli stilemi (ancora tuttavia presenti in maniera corposa) dell’esordio per arrivare al sound smodatamente carico di potenza, ruvidezza ed appeal che caratterizzerà i dischi successivi”. Il disco, oltre alla movimentata e divertente title-track, contiene Save Us, che è la traccia a mio parere più coinvolgente, pesantemente impostata sullo stile english hard rock (ma anche “Scorpions” hard rock), poi una song stile Judas Priest (Thunder and Lightning), altre due il cui impianto melodico appare parecchio ispirato ai primi Maiden (China Lady e Do It), e due ballate (No Time To Loose e The King).
Il successivo Breaker, del 1981, sulla scia dell’esplosione della seconda parte della nwobhm oltremanica, imprime una svolta, in termini di velocità e potenza, allo stile degli Accept. L’album contiene potentissime sfuriate heavy metal come la title-track, l’opener Starlight, la coinvolgente Run If You Can, ed ancora Son Of A Bitch e Down And Out. Un disco di dirompente potenza, che si inserisce perfettamente nel clima dell’heavy metal in evoluzione di quegli anni, ed il cui furore è mitigato dalla ballata Can’t Stand The Night.
E’ il 1982, ed è il momento dell’arrivo del primo grande classico della band, l’immenso Restless And Wild. L’opener è una mazzata power-speed (sempre ante litteram), la potentissima Fast As A Shark, preceduta dal divertente siparietto già citato in precedenza. Vincenzo Ferrara è chiarissimo nell’ammonire: “prima di avventarvi su infiniti monologhi su chi ha gettato le basi del power metal europeo ascoltate questa song.. i suoi travolgenti riff, la granitica voce di Udo, i riff ultra micidiali nella loro ferrea velocità, il melodico e velocissimo refrain trasformano questa killer track in una gemma di storico valore”. L’assassino che balza fuori dall’oscurità, veloce come uno squalo, per colpire, simboleggia bene l’attitudine micidiale dei tedeschi. L’album prosegue con la grandiosa e trascinante title-track, sostenuta da riff cavalcanti e nella quale la voce di Udo è roca ed alcolica prima di esplodere con i suoi graffianti acuti. C’è poi spazio per un heavy rock in stile Ac/Dc con Shake Your Heads e Get Ready, prima di altre due speed-songs, roboanti, potenti e dirette: Demon’s Night e Flash Rockin’ Man. La melodica e catchy Don’t Go Stealing My Soul Away apre la strada ad un altro grande pezzo come Princess Of The Dawn, che sprigiona un heavy metal roccioso, cadenzato ed epicheggiante, e si chiude con una melodia medievaleggiante. Concordo in pieno con Ferrara quando sostiene che: “In conclusione questo è un disco storico per tutto il movimento dell'Heavy Metal europeo, e che getta le basi del classico e vero power metal”.
Lo stato di grazia della band tedesca non si esaurisce certo qui, dato che nel 1983 viene dato alle stampe un altro grande disco come Balls To The Wall, in cui viene ripreso il discorso “epicheggiante” con la title-track, un granitico inno heavy metal. Il riferimento immediato è quello al muro di Berlino, che nel 1983 ancora si ergeva a dividere in due la città. L’album è pieno di altri grandi classici potentemente heavy, come London Leatherboys (omaggio incondizionato alla nwobhm che ha partorito questo genere musicale), Head Over Heels e Love Child.
Non c’è sosta per gli Accept, che nel 1985 sfornano quello che io considero il loro disco migliore, lo storico e fantastico Metal Heart. La title-track è ancora uno stupendo inno epicheggiante, dal riff potente e coinvolgente e dal ritornello fomentante, con il trascinante e sognante assolo di Hoffman che riprende le note di Per Elisa di Beethoven (oltretutto è da non perdere la spettacolare cover di questa canzone fatta dai Dimmu Borgir, che le conferiscono anche una carica di nera oscurità). Midnight Mover è dannatamente coinvolgente, una canzone heavy rock che cattura subito l’ascoltatore, come anche la più pesante Up To The Limit. E’ poi il momento della potentissima sfuriata speed Wrong Is Right, prima che l’heavy melodico di Screaming For A Love Bite intervenga a calmare le acque (ora confrontate la melodia del refrain di questa song con quella della celeberrima Livin’ On A Prayer di Bon Jovi, e capirete il mio riferimento precedente al rock melodico d’impronta “kissiana”). Acque che tornano subito in tempesta con la bomba che si chiama Too High To Get It Right , seguita da Dogs On Leads (che somiglia alla priestiana Love Bites), poi da altre due perle heavy metal come la devastante Teach Us To Survive e Living For Tonight. Infine Bound To Fail chiude il capolavoro dei teutonici in maniera grandiosa, parlando della quale Ferrara si esalta: “il duo Hoffman/Fisher riuscì ad elevarsi in uno stato di pura grazia andando a costruire un muro sonoro fatto di riff eccelsi e fini, metallici e travolgenti che accompagnavano un Udo impeccabile e graffiante”.
Metal Heart è un grande disco, un classico che fa parte della storia dell’heavy metal, mentre la storia degli Accept continua con il buon Russian Roulette (1986), da alcuni ritenuto il disco più maturo della band, e il meno apprezzato Eat The Heat (1989), ultimo disco prodotto dalla band negli anni ’80. Nel 1990 esce un live grandioso, Staying a Life, che evidenzia tutta la potenza e il coinvolgimento espresso in sede live (di cui sono stato testimone a Bologna nel 2005, dove gli Accept hanno offerto una prova che ha lasciato tutti a bocca aperta, dato che nessuno si aspettava che quindici anni dopo, a seguito di scioglimenti e reunion, potessero sprigionare ancora tanta potenza ed energia). Negli anni ’90 ormai è esploso il power metal “moderno”, e gli Accept si inseriscono a pieno titolo nella scia dello stesso (forse anche non intenzionalmente) con tre lavori datati 1993, 1994 e
Ascolti Consigliati:
Restless And Wild (1982); Metal Heart (1984)
Dopo Ozzy, è giunto il momento di un altro rinomato solista del panorama heavy: Ronnie James Dio. Cantante eccellente dal punto di vista tecnico, dotato di una voce che in quanto a qualità, potenza, calore ed espressività conosce ben pochi eguali nell’ambito heavy metal, Ronald Padovano, in arte Dio, è spesso considerato nel ristretto novero dei “più grandi cantanti della storia del rock”, ed è probabile che chiedendo a chi di rock è appassionato qual è il cantante “migliore”, il suo nome esca fuori insieme agli altri che vengono citati di solito, da quello di Gillian a quello di Tate, da quello di Mercury a quello di Halford (a proposito di Dio ed Halford, non perdo l’occasione di segnalare la favolosa cover dell’ozzyana Mr.Crowley realizzata dai due assieme a Owens e Malmsteen). Tutta l’eccellente considerazione di cui gode il buon folletto Ronnie da parte dei fanatici del rock, ed il suo assurgere a mito, non sono certo fenomeni privi di fondamento. Ho già parlato nei cap. I e III dei capolavori realizzati da Black Sabbath e Rainbow con Ronnie al microfono, il grandissimo Rising e l’immenso Heaven And Hell, capolavori che sono tali anche, ed a mio avviso soprattutto, grazie all’apporto da fornito da Dio. Dopo aver suonato, da ragazzo, per alcuni anni la tromba nella banda di Portsmouth, Ronnie diventa il bassista-cantante degli Elf, poi prosegue il suo viaggio nella musica militando, come già detto, prima nei Rainbow poi nei Sabbath.
E’ l’inizio degli anni ’80 quando il Nostro, ormai quarantenne, decide di dare avvio alla propria carriera solista, fondando il gruppo che porta il suo nome e reclutando impeccabili musicisti come Campbell (chitarra), Bain (basso) e Appice (batteria). Nel 1983 esce il suo capolavoro, Holy Diver, che fungerà anche da linea-guida per gli album successivi. L’opener è Stand Up And Shout, un pezzo di heavy rock ‘n roll, quantomai semplice e diretto, quantomai coinvolgente, irresistibile dal vivo: questo tipo di approccio sarà uno dei punti di forza del Dio-style. Si prosegue sulla stessa linea con la grandiosa title-track, ma attenzione a quello che ci dice anche Spappo: “Holy Diver è una canzone molto più complessa di ciò che sembra, non si limita al classico riff, ma va in terzine, in altri tratti è ricca di pause che conferiscono alla melodia un'ottima "architettura" sonora, stupenda!”. Dopo il rock ‘n roll di Caught In The Middle, è il momento di un altro capolavoro: Don’t Talk To Strangers, in cui la forma-ballad esplode poi in un potente riff heavy metal, un brano sognante, melodico ed aggressivo allo stesso tempo. A seguire la cadenzata, energica, terribilmente heavy rock Straight To The Heart, un altro pezzo che dal vivo rende in maniera eccezionale. Poco prima della chiusura del disco, va in scena il pezzo più famoso dei Dio: Rainbow In The Dark, potente ed allo stesso tempo orecchiabilissima (riff e ritornello si stampano in testa come pochi altri), splendidamente e prepotentemente melodica, “barocca”, come è stata definita. Un disco superbo, in cui la potente e calda voce di Ronnie è come sempre protagonista, ed in ogni momento personalizza l’heavy metal sprigionato dalle canzoni.
Sullo stesso stile del primo esce il secondo capitolo della saga, The Last In Line (1984).
Lo stile, orecchiabile e quasi easy-listening (specialmente dando un’occhiata al rock melodico americano anni ’80, in cui Ronnie sembra non disdegnare incursioni) di Mistery viene ripreso l’anno successivo, sull’album Sacred Heart, in particolare da Rock And Roll Children. Quest’ultimo è uno dei brani migliori composti da Dio su questo stile, coinvolge ed è facilmente ricordabile. Bella la title-track, ma nonostante questo il suono dei Dio, complessivamente, è meno incisivo in quest’album, rispetto ai precedenti. Ecco il perché, secondo Daniele Cecchini: “la voce di Dio non era stata sufficientemente efficace da coprire delle pecche che evidentemente il disco si portava dietro per via di una produzione superficiale e di alcune scelte in fase di songwriting che definirei pressapochistiche”.
Il 1987 è l’anno della riscossa: Esce Dream Evil, il grande disco che i fan aspettavano, con Campbell sostituito da Goldie alla chitarra. La title-track è fantastica, tipicamente heavy metal, melodica e potente, ma anche epica e trascinante, dotata di un testo quantomeno affascinante (si parla del momento in cui gli uomini, durante il sonno, sono pronti a scoprire il loro lato oscuro) e di un ritornello orecchiabile. Dio è tornato, perciò dopo All The Fools Sailed Away, più lenta e melodica, abbiamo le sferzate heavy di Naked In The Rain e Overlove, quindi I Could Have Been A Dreamer, un altro pezzo indubbiamente heavy in cui però vedo anche le tracce di quell’easy-listening à
Dopo questo ritorno in grande stile, la vena artistica dei Dio si spegne un po’ nella ripetizione durante gli anni ’90, mentre le sonorità classiche venivano rivisitate in maniera moderna dal power metal e il Nostro arrancava nel cercare la sua strada personale per far questo. Il che potrebbe anche non essere affatto una nota di demerito: Se c’è una cosa, oltre alla voce, che al buon Ronnie non è mai mancata, è la personalità, e la voglia di farla sentire nella musica: Basti ascoltare il modo in cui reinterpreta e personalizza le canzoni dei Sabbath cantate da Ozzy. Dopo il 2000, ritorno di fiamma con Killing The Dragon (2002), poi nel 2004 esce Master Of The Moon, un album che è stato tutt’altro che apprezzato da critica e pubblico. Ho già detto che i Dio si esprimono alla grande in sede live (con Ronnie al microfono, non potrebbe essere altrimenti): Per rendersene conto basti ascoltare Dio’s Inferno, The Last In Live (1998).
Ascolti consigliati:
Holy Diver (1983)
Con l’esaurirsi della spinta propulsiva della nwobhm, l’heavy metal inizia ad abbandonare la madrepatria inglese, spostandosi nel continente europeo, in particolare nei paesi nordici, e (soprattutto) negli states, e HMT seguirà tra breve lo stesso percorso. Un percorso che era già stato anticipato alla fine degli anni ’70 dal mitico Madman (per la verità, non ancora tale), Ozzy Osbourne. E’ proprio la sua carriera solista “americana” che regala al cantante la diffusione di massa della sua immagine come leggenda “maledetta” del rock ‘n roll, e che la costruisce così come è conosciuta ancora oggi, definita da MotorcycleMan come “figura da un lato di una rockstar piena di vizi pericolosi, dallo stile di vita "Sesso droga e rock and roll" e che fa di tutto per vendere più copie dei suoi album, da un altro lato di una persona sensibile e fragile..”. Per quanto riguarda la formazione originale della band solista del Madman, di “americano” c’è un’influenza stilistica, nel senso che la musica prodotta unisce l’hard ‘n heavy all’inglese (e le influenze della nwobhm) al rock n’roll all’americana, con quel suono che si ritrova parecchio anche nel glam, le rock ballads e quei pezzi di rock leggero e più “commerciale”, ma soprattutto c’è il chitarrista, il grande, leggendario, Randy Rhoads, ex-ascia della glam metal band Quiet Riot (vale la pena di ascoltare il loro Metal health). Gli altri membri della band sono l’ex Uriah Heep Kerslake alla batteria, e gli ex Rainbow Daisley e Airey, e l’abitudine di Ozzy di circondarsi di musicisti di altissimo livello non sarà mai smentita.
Il talento e il gusto di Randy Rhoads contribuiscono in maniera particolare a rendere il primo album di Ozzy, Blizzard Of Ozz (1980) un grandissimo disco, una gemma impedibile e un pezzo di storia dell’heavy metal. Si comincia con la potente e travolgente opener heavy I Don’t Know, e si prosegue con la trascinante, quanto spensierata nel ritornello, Crazy Train. Le due canzoni sono a tutt’oggi forse i due pezzi più famosi e “storici” di Ozzy, sono dotate di riff granitici e di fantastiche melodie, e costituiscono l’apice del disco assieme alla grandiosa Mr.Crowley, una perla oscura, a mio parere la miglior canzone mai scritta da Ozzy e soci, impreziosita dall’intro gotico e evocativo e dalla chitarra di Rhoads, tanto nella parte del leggendario assolo quanto in quella di chiusura, nella quale il chitarrista giunge a grandi soluzioni melodiche che perfettamente si inseriscono nell’avvolgente atmosfera dark del pezzo. Qui si parla del misterioso esoterista, e cultore della magia nera, Aleister Crowley. Altri pezzi del disco degni di nota, in ogni caso non all’altezza di questi tre, sono Goodbay To Romance e No Bone Movies, che rientrano rispettivamente nelle categoria “rock ballad” e “rock commerciale” (che comunque caratterizzano la produzione del Madman), e Suicide Solution, un pezzo heavy, ritmato ed intenso.
La ricetta- Ozzy viene riproposta dal Madman nel disco successivo, Diary Of A Madman (1981), che idealmente continua il discorso intrapreso dal debut album e non fa scadere il livello. Qui il pezzo-leggenda è la grande Believer, ancora grazie all’atmosfera intensa e alle trovate melodiche del buon Rhoads, ma mitica è anche la title-track, oscura e profonda, dotata di un riff coinvolgente e di una chiusura evocativa ed epicheggiante. Il pezzo di rock leggero è You Can’t Kill Rock ‘n Roll, brano dotato di un refrain avvincente, ed a mio parere brano migliore di quelli costruiti sullo stesso “stile” contenuti nel precedente disco. L’ottima apertura è invece affidata alla frustata heavy Over The Mountain e al mid-tempo di Flying High Again. La ballad è Tonight, e la trovo un po’ melensa, a dire il vero. In ogni caso, un altro grande disco. Nel 1982 arriva una tragedia per Ozzy e per tutto il mondo della musica: Rhoads viene a mancare a seguito di un incidente aereo.
Il madman lo sostituisce con il comunque ottimo Lee, che suona sul successivo Bark At The Moon, disco in cui si sente la mancanza del gusto melodico di Rhoads nei pezzi più riflessivi. Comunque il suo successore e lo stesso Ozzy se la cavano ancora alla grande, anzi alla grandissima, con i pezzi più ritmati e heavy, come la celebre title-track e la speed-song Centre Of Eternity, le canzoni migliori del disco. Il live suonato da Rhoads non esce immediatamente, per rispetto alla memoria del chitarrista sulla quale Ozzy evita di lucrare, ma postumo, nel 1987.
La produzione di Ozzy continua, in realtà con un andamento piuttosto singhiozzante, negli anni ’80 (Ultimate Sin e No Rest For The Wicked) e ’90 (No More Tears, Ozzmosis, The Ozzman Cometh) fino ad arrivare agli ultimi dischi, Down To Earth, del 2001, un disco heavy rock tutt’altro che brutto, al di là di quello che spesso si dice, sicuramente anzi migliore di tante uscite contemporanee del “genere” e il recentissimo Under Cover(2005). Ciò che non manca mai ad Ozzy, in tutti i suoi 25 anni di carriera solista (più dieci, inclusa la militanza nei Sabbath) sono la teatralità e le capacità di Frontman, e non mancano mai neanche ottimi musicisti. Il penultimo chitarrista di Ozzy è stato Zakk Wylde, un altro musicista di cui mi piace molto lo stile, il quale contribuisce a rendere parecchio heavy il suono del Madman. Basti ascoltare il live del 2002, Live at Budokan, per rendersi conto di come il suono roccioso e il fischiare della chitarra del buon Wylde rendano terribilmente heavy le canzoni di Ozzy. Ora Wylde è sulla cresta dell’onda (si fa per dire) con i suoi Black Label Society, presenti al Gods Of Metal nel 2005.
Un’altra cosa che è sempre stata presente è stata l’immagine di pazzo schizzato, che a tratti, nel suo caso più che in molti altri, sono convinto fosse qualcosa più di una semplice immagine. La fama del Madman è stata sempre quella del pazzoide (d’altra parte, lo dice il soprannome), della rockstar maledetta e piena di eccessi. Certo che la fama e i soldi, a quanto pare non bastano mai, se Ozzy ha deciso di rovinare la sua immagine figurando come protagonista della sit-com trash The Osbournes, una produzione targata MTV che potrà anche essere simpatica, ma che indubbiamente fa scadere, e non di poco, l’immagine di Ozzy. Che il metallo lo perdoni, ma sono convinto che lo perdonerà, per la leggenda che ha rappresentato per questa musica. Ed i metallari lo perdoneranno tutti? Don’t ask me.. I Don’t Know!
Ascolti consigliati:
Blizzard Of Ozz (1980)
Benvenuti all’inferno. All’ inizio degli anni ’80 i Venom, una band marginale alla (forse marginale della) nwobhm apre una nicchia che catapulta il metallo negli inferi, dando vita ad un suono grezzo, oscuro e pesante che non si esiterà a definire presto “estremo”, badando a mantenere un’immagine di “cattivi” e satanici. Molte delle band che negli anni successivi, specialmente oltremanica, intendevano fare del metal “estremo” si sono ispirate ai Venom (Slayer su tutti), e il “Black Metal” degli inglesi ha dato il nome a quello che oggi viene conosciuto come tale. C’è chi ritiene che i Venom abbiano inventato questo genere, cioè che siano stati la prima band a suonarlo, ma a mio parere si tratta di un equivoco: La musica e l’attitudine dei Venom sono altra cosa rispetto al movimento pagano- satanista norvegese che ha dato origine al Black Metal inteso come genere vero e proprio, si tratta semplicemente di un heavy metal particolarmente grezzo, sporco e cattivo, che tocca preferibilmente tematiche oscure e negromantiche (peraltro trattate in modo molto spicciolo, ma c’è anche da dire che sono stati tra i primi), e che in questo senso può essere identificato come il predecessore di ogni forma di metal “estremo”, termine che peraltro, a seconda del periodo, sta a significare qualcosa di diverso. Black Metal è stato il nome con cui essi hanno auto-definito la loro musica, come ad esempio i Raven hanno chiamato Athletic Rock la propria.
La prima uscita dei Venom è Welcome To Hell, del 1981, che ottiene un successo insperato forse anche grazie all’iconografia satanista, teatrale, sfacciata e provocatoria (per quanto nell’uso iconografico del caprone fossero stati preceduti dagli Angelwitch, una band cardine della nwobhm di cui purtroppo non avrò spazio per parlare in questa prima tornata di articoli). Welcome To Hell è un disco grezzo, immediato, sporco e potente, che colpisce subito l’ascoltatore grazie alla ferocia della title-track e ad altre canzoni molto dirette (nei riff e nelle liriche) come In League With Satan (innegabile che i Venom siano stati tra i primi a fare un uso così massiccio del nome del diavolo, vedi anche l’intro Sons Of Satan). L’innegabile potenza (scuola Motorhead, cui l’impatto diretto e potente dei brani rimanda parecchio), la cattiveria e l’oscurità che promanano da questo album lo rendono senza dubbio uno dei classici dell’heavy metal degli anni ’80, ed in qualche modo una pietra miliare. Ecco come ne parla Mario Munaretto :”Il disco è un terremoto per i canoni musicali del tempo, l’album possiede una carica esplosiva, energica, primordiale, il tutto affiancato da un’iconografia basata su pentacoli e caproni satanici... L’attitudine selvaggia e.. il modo esplicito ed evidente con cui lanciano i loro messaggi a sfondo satanico colpiscono gli ascoltatori del tempo”. Ma è proprio questo disco, indubbiamente suonato con una scarsa capacità tecnica, che scatena le critiche degli innumerevoli detrattori della band. Sentiamo ad esempio Etrigan :” Questo dei venom è solo un dischetto trash con tematiche sataniche registrato male e suonato peggio, in un periodo in cui già King diamond.. affrontavano certe tematiche, ma in modo molto professionale ed avendo dalla loro una perizia tecnica che i venom si sognano.. importanza storica, comunque non unica, ma condivisa con altre band...”. La posizione è molto chiara: Spesso i Venom vengono visti semplicemente come una band che non sapeva suonare, a cui ha arriso una certa fama solo a causa dell’ampio uso dei messaggi satanici, che fecero scalpore. In effetti la musica dei Venom dà poco spazio ai compromessi, in ogni senso. O si apprezzano, quantomeno come pionieri del metal estremo, o non possono piacere.
La seconda uscita, e il secondo classico della band è Black Metal, dato alle stampe nel 1982. E’ il loro album che preferisco, perché ancora più oscuro del precedente, e indubbiamente, in ogni caso, suonato meglio. La title-track è un pezzo di culto, ed è l’opener dell’album. Decisamente degne di nota la claustrofobica ed angosciante Buried Alive e le sporchissime e violente Raise The Dead e Sacrifice. C’è un pezzo, Teacher’s Pet, che fa notare, secondo me, una certa attitudine punk (ed influenze punk nella musica dei Venom non mancano di certo). Arriviamo poi ad un grandissimo pezzo come Countess Bathory, potente, buio e coinvolgente: E’ una delle prime volte (se non la prima) che l’heavy metal va a toccare la storia della contessa, un personaggio piuttosto trascurato dalla storia e dalla storiografia fino agli ultimi decenni, nei quali ha conosciuto una certa fama grazie anche alla musica (ricordiamo il concept dei Cradle Of Filth e la band di Quorthon) e all’interesse a lei rivolto dalla sub-cultura dark. La chiusura dell’album è affidata ad un altro grande pezzo, Don’t Burn The Witch, ancora atmosfere buie, riffing sporco e potente e trattamento di una tematica a cui l’heavy metal si interesserà parecchio.
Dopo Black Metal, nel loro periodo d’oro i Venom pubblicano At War With Satan e Possessed, poi, col passare degli anni, la band lentamente si spegne, pubblica altri dischi e conosce vari scioglimenti e reunion. A cavallo tra gli anni ’90 e l’inizio del millennio i Venom annunciano il ritorno, ma danno alle stampe due album obiettivamente poco interessanti come Cast In Stone e il secondo me pessimo Resurrection. L’ultimo album, Metal Black, uscito da poco, di certo non merita premi per originalità e fantasia (a partire dal nome), ma a me non è dispiaciuto: Sicuramente azzeccate le scelte di produzione, con l’utilizzo di suoni sporchi, cattivi e rumorosi (tipologia sonora che comunque ora è oltretutto piuttosto in voga, basti guardare molte uscite post-thrash e nu metal), insomma alla Venom. Poi, è chiaro che le tematiche sataniste oggi sono inflazionate, e non fanno quindi più la stessa impressione che fecero all’inizio degli anni ottanta.
Ascolti Consigliati:
Black Metal (1982)